L’obiettivo dell’educazione non è far "pagare" per l’errore, ma offrire gli strumenti per riconoscerlo, affrontarlo, rimediare e farne occasione di crescita
Ci siamo passati tutti: quel momento in cui, da genitori, educatori o semplicemente adulti responsabili, ci troviamo davanti a un comportamento che ci spiazza, ci fa arrabbiare o ci delude. E spesso, istintivamente, pensiamo alla punizione come risposta.
È una reazione comune, quasi automatica. Ma funziona davvero? A chi serve punire?
Nel tempo, e soprattutto nella pratica quotidiana con i ragazzi, ho compreso che la punizione non educa, non ripara, non costruisce. La punizione è spesso una risposta alla nostra frustrazione, più che un’opportunità per l’altro di crescere.
È vero: la punizione può ridurre un comportamento in modo rapido. Ma questa riduzione, spesso, si verifica solo in presenza di chi punisce. Il comportamento indesiderato non scompare, semplicemente si nasconde. La paura prende il posto della comprensione. E una volta che l'adulto non c'è, quel comportamento torna a manifestarsi – magari in forme diverse, a volte peggiori.
Ma c'è di più: la punizione riduce il comportamento, ma non insegna nulla.
Non viene rinforzato alcun comportamento alternativo e più funzionale. In pratica, il bambino o il ragazzo non riceve strumenti per fare diversamente, per scegliere meglio, per capire il perché di un certo limite. Si blocca il gesto, ma non si accompagna il pensiero.
Non solo. La punizione può innescare reazioni e comportamenti aggressivi in chi la subisce. Rabbia, frustrazione, sfiducia, opposizione. Il messaggio che passa non è “ho sbagliato e posso rimediare”, ma “sei sbagliato e devi pagare”. E così si rompe la relazione educativa, si chiude il dialogo, si apre la distanza.
Paradossalmente, l’unico che ci guadagna veramente nella punizione è il punitore, che si sente rinforzato nel suo ruolo di controllo, ottenendo magari un sollievo momentaneo. Ma l’educazione non si costruisce sul bisogno dell’adulto, bensì sul bisogno del ragazzo.
Punire mette in atto un meccanismo di potere, non di relazione. Umilia, isola, irrigidisce. E, soprattutto, non aiuta il bambino o il ragazzo a comprendere il senso del proprio agire, né a sentirsi accolto nella sua fragilità.
La vera domanda allora è: che cosa vogliamo insegnare?
L’obiettivo dell’educazione non è far "pagare" per l’errore, ma offrire gli strumenti per riconoscerlo, affrontarlo, rimediare e farne occasione di crescita. Questo significa responsabilizzare, non colpevolizzare. Significa costruire fiducia, non paura.
Esistono alternative? Certamente.
Una di queste è la conseguenza naturale (quando possibile), oppure la riparazione del danno. Ma ancora più potente è l’ascolto, il dialogo, l’alleanza educativa. Non significa giustificare tutto, ma dare senso al limite, perché il limite – se accompagnato – diventa cura, presenza, guida.
Punire può sembrare la via più breve. Educare richiede tempo, empatia, pazienza. Ma è proprio lì, in quella complessità, che nasce il contatto autentico. Ed è da quel contatto che si trasforma un errore in occasione.
