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Educare al coraggio della presenza, non della rinuncia

2025-07-18 11:26

Gaetano Terlizzi

Scuola, Famiglie, Educazione,

Educare al coraggio della presenza, non della rinuncia

Riflessione sul recente gesto di protesta di alcuni studenti maturandi

 

 

Educare al coraggio della presenza, non della rinuncia

 

 

Negli ultimi giorni, alcuni studenti hanno deciso di non presentarsi all’orale dell’esame di maturità per protestare contro il sistema scolastico e, in particolare, contro il meccanismo della valutazione. Un gesto forte, che ha inevitabilmente attirato l’attenzione pubblica e suscitato un acceso dibattito. È un segnale che va ascoltato, certo, ma non necessariamente condiviso nella forma.

 

Comprendo il disagio che può aver generato una scelta simile. Viviamo in un tempo in cui molti giovani si sentono sotto pressione, giudicati, soli. È vero – come ha ricordato anche Paolo Crepet – che la scuola spesso non sa ascoltare. Mancano spazi reali in cui poter chiedere a uno studente: “Come stai?”. E in questo, come adulti, abbiamo una grande responsabilità.

 

Tuttavia, trasformare quel disagio in una rinuncia alla presenza è un errore. Rifiutare l’orale della maturità, che rappresenta simbolicamente un momento di passaggio, di affermazione personale, significa rinunciare a un’occasione importante di espressione e di dialogo. È proprio dentro le situazioni complesse che va coltivata la capacità di esserci, di affrontare, di portare la propria voce con consapevolezza.

 

Nel mio lavoro quotidiano con adolescenti, anche con bisogni educativi complessi, invito sempre a non scappare dalla fatica. Abitare la scuola – anche con tutte le sue fragilità – è il primo passo per migliorarla. 

 

La vera rivoluzione non nasce dall’assenza, ma da una presenza attiva, critica e costruttiva.

In questo senso, ritengo prezioso il pensiero di Crepet quando afferma che prendersela con i voti è un errore. I voti non sono il nemico. Se intesi come strumenti – e non come sentenze – possono rappresentare un’occasione per misurarsi, per riflettere, per crescere. Non possiamo esaltare lo spirito competitivo nello sport, dove il punteggio è tutto, e poi rifiutare ogni forma di valutazione nel contesto scolastico. È una contraddizione che va affrontata con sincerità educativa.

 

Infine, credo che l’educazione oggi debba ritrovare la forza di educare alla presenza, non alla rinuncia. Accompagnare i ragazzi nel disordine delle emozioni, nel peso del giudizio, nella fatica del confronto è una responsabilità che non possiamo delegare. La scuola va migliorata, sì. Va resa più umana, più attenta, più empatica. Ma il cambiamento avviene restando, non tirandosi indietro.

Solo così potremo costruire una scuola che non abbia bisogno di proteste per ascoltare, ma che impari ogni giorno a chiedere, accogliere, comprendere.