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Prima del verbo amare c'è ascoltare

2025-05-19 21:40

Gaetano Terlizzi

Famiglie, Educazione,

Prima del verbo amare c'è ascoltare

La radice della relazione

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Nel contesto educativo si usano spesso parole forti: accoglienza, empatia, amore, dedizione. Ma raramente ci si sofferma sul significato operativo di questi termini. Quando diciamo “amare l’educazione” o “amare chi si accompagna”, che cosa intendiamo davvero? Se non vogliamo che l’amore educativo diventi una formula retorica, dobbiamo riconoscere che, prima di ogni gesto affettivo o intenzione di cura, c’è una competenza fondamentale: l’ascolto.

 

Ascoltare non è attendere che l’altro finisca di parlare. È sospendere il proprio punto di vista per lasciare spazio alla parola, al silenzio, al linguaggio non verbale dell’altro. È disporre le proprie energie a cogliere l’alterità, prima ancora di intervenire. È un atto intenzionale, strutturato, che richiede formazione e riflessione.

 

Il pedagogista Carl Rogers, pioniere della relazione d’aiuto, ha definito l’ascolto attivo come “la condizione necessaria per una relazione significativa”. In termini pratici, significa sviluppare la capacità di non reagire immediatamente, ma di rispondere solo dopo aver compreso. È uno strumento indispensabile nei contesti in cui la relazione educativa si misura con la fragilità, l’irregolarità, il bisogno di riconoscimento: scuola, comunità, servizi per la disabilità, centri diurni, luoghi di accompagnamento educativo.

 

L’ascolto produce riconoscimento. E il riconoscimento è l’anticamera della fiducia. Senza fiducia, nessun processo educativo può attivarsi. Questo lo sapeva bene anche Paulo Freire, che in Pedagogia degli oppressi afferma:

 

“L’educazione autentica è dialogo. E non c’è dialogo se non c’è un profondo amore per il mondo e per gli uomini. Ma questo amore nasce e si rinnova nel riconoscimento dell’altro come soggetto.”

 

In questa prospettiva, anche l’“amore” dell’educatore perde il tono romantico che spesso gli viene attribuito. Non si tratta di un sentimento indistinto, ma di un impegno concreto, che si manifesta nell’atto di mettersi in relazione, attraverso il linguaggio, i gesti, la pazienza e la capacità di ascoltare.

 

Danilo Dolci, sociologo ed educatore, sosteneva che:

 

“C’è chi insegna per accumulo, e chi per scoperta. C’è chi guida, e chi cammina accanto.”

Camminare accanto è possibile solo se si è disposti ad ascoltare. L’ascolto, infatti, è l’unico strumento che consente all’educatore di “tacere” sé stesso, per fare spazio all’altro. Non come vuoto, ma come scelta etica e professionale.

 

Anche Piero Bertolini, nella sua prospettiva fenomenologica, parlava dell’educazione come evento di senso, non riducibile a tecniche, ma radicato nell’incontro tra soggettività. E l’incontro, per essere tale, ha bisogno di tempo, presenza, attenzione, ascolto. Non si educa a distanza: si educa nella prossimità, nella relazione autentica.

 

Ascolto, non neutralità

 

Una precisazione importante: ascoltare non significa essere neutri. L’educatore non è uno spettatore, ma un soggetto partecipe. L’ascolto, per essere educativo, deve tradursi in scelte, direzioni, proposte. Ma è un agire che viene dopo, non prima. Un agire che non si impone, ma si costruisce con e per l’altro.

 

Ecco perché prima del verbo amare, c’è ascoltare.

Non è una questione sentimentale, ma una responsabilità professionale. È il punto di partenza per ogni relazione educativa efficace, etica e generativa. Ed è anche, forse, ciò che più manca oggi: in un mondo in cui si parla tanto, ma si fatica ad ascoltare.

 

 

Bibliografia essenziale

Carl Rogers (1961). Un modo di essere. Giunti Psychometrics, 2012.

Paulo Freire (1970). Pedagogia degli oppressi. EGA Editore, 2004.

Danilo Dolci (1974). Poema umano. Mondadori.

Piero Bertolini (2001). Pedagogia e scienze dell’educazione. La Nuova Italia.

Don Lorenzo Milani (1967). Lettera a una professoressa. Libreria Editrice Fiorentina.